Guerra e ambiente: ecosistemi, diritti umani e il conto che nessuno vuole pagare
Dall’Iran all’Ucraina, i conflitti armati devastano ecosistemi e violano diritti fondamentali. E mentre il mondo guarda alle esplosioni, la crisi ambientale si costruisce in silenzio — con implicazioni che chi si occupa di sostenibilità non può ignorare.
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Foto: U.S. Army / Wikimedia Commons — opera del governo USA, dominio pubblico.
Quando scoppia una guerra, le prime pagine si riempiono di numeri: vittime, profughi, missili. Il rapporto tra guerra e ambiente non compare quasi mai tra le voci del bilancio — eppure l’ambiente è tra le prime vittime dei conflitti armati, e spesso la più duratura. Vale la pena fermarsi su questa asimmetria. Ci preoccupiamo dell’impronta carbonica della nostra dieta, calcoliamo le emissioni di un volo intercontinentale, scegliamo il fornitore di energia rinnovabile. E intanto, in pochi secondi, un singolo lancio di missile disperde nell’atmosfera più sostanze tossiche di quanto un’azienda media produca in un anno. Questa non è una critica ai singoli comportamenti: è una domanda sul perché i danni ambientali della guerra siano sistematicamente esclusi dal perimetro della sostenibilità che misuriamo e comunichiamo.
Ci siamo abituati a pensare alla sostenibilità come a qualcosa che si costruisce in tempo di pace: politiche climatiche, rendicontazione ESG, transizione energetica. Ma cosa succede quando queste strutture vengono letteralmente bombardate? E soprattutto: la sostenibilità aziendale in tempi di crisi geopolitica — quella vera, non quella dichiarata nei report — regge l’urto del mondo reale, o crolla non appena il contesto smette di essere favorevole? Queste sono domande che chi si occupa di comunicazione della sostenibilità aziendale non può più permettersi di ignorare.
Proviamo a smontare la narrativa superficiale e a guardare cosa c’è davvero sotto.
Guerra e ambiente: il bilancio invisibile che nessuno contabilizza
Nelle prime due settimane del conflitto in Iran — tra attacchi israeliani e statunitensi scattati il 28 febbraio 2026 — le emissioni di CO² hanno superato i 5 milioni di tonnellate. Per dare una misura concreta: è più dell’intera impronta annuale dell’Islanda. Vale la pena fermarsi su questo numero. Mentre governi e aziende negoziavano frazioni di percentuale di riduzione delle emissioni alla COP30 di Belém, due settimane di guerra hanno bruciato un patrimonio climatico che un paese intero impiega un anno a accumulare.
Non si tratta solo di numeri. Si tratta di raffinerie in fiamme nel centro di Teheran, di impianti del gas nel Golfo Persico colpiti, di navi affondate che diventano fonti permanenti di inquinamento in un mare già fragile. Il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), l’osservatorio britannico indipendente che monitora in tempo reale i danni ambientali dei conflitti, ha identificato oltre 300 incidenti in meno di due mesi: dall’Iran all’Iraq, dal Kuwait agli Emirati.
Vale la pena chiedersi: quanto di tutto questo finisce nei report ESG delle aziende che operano nella regione? Quanto viene considerato nei piani di supply chain delle multinazionali che si dichiarano “allineate agli SDG”? O forse la domanda più scomoda è un’altra: esiste davvero una comunicazione ESG che regge l’urto di una crisi geopolitica, o crolla non appena il mondo reale bussa alla porta?
Il Golfo Persico: guerra e ambiente in un ecosistema già al limite
NASA / Public Domain
Foto: MODIS Land Rapid Response Team, NASA GSFC / Wikimedia Commons — dominio pubblico.
Guardando questa immagine satellitare, è difficile non fermarsi su un paradosso geografico: il corridoio più critico per l’economia energetica globale è anche uno dei più stretti. Il Golfo Persico non è il corridoio petrolifero sterile che la sua reputazione suggerisce. È un bacino semi-chiuso di circa 241.000 km², poco profondo (in media 35 metri), che ospita la seconda popolazione mondiale di dugonghi, oltre 700 specie ittiche e comunità coralline che si sono adattate a condizioni estreme nel corso di millenni.
Proprio quella chiusura geografica, che ha permesso la specializzazione evolutiva di questi ecosistemi, li rende oggi estremamente vulnerabili. L’inquinamento non si disperde: si accumula. Doug Weir, direttore di CEOBS, lo ha spiegato con efficacia in un’intervista a NPR: è un bacino chiuso, poco profondo, con reef corallini, praterie di posidonia e specie sensibili — e circa 100 milioni di persone che dipendono da impianti di desalinizzazione che non funzionano se aspirano petrolio.
“Quando si affondano navi, diventano fonti puntiformi di inquinamento permanente. E il Golfo non ha lo spazio per assorbirle.”
— Doug Weir, direttore CEOBS, NPR marzo 2026
Sedici petroliere attaccate o danneggiate nel solo mese di marzo 2026. I danni ambientali della guerra nel Golfo Persico non si misurano solo in barili sversati: si misurano in specie a rischio di estinzione locale, in impianti di desalinizzazione fuori uso, in filiere alimentari interrotte per popolazioni che già vivono in condizioni di stress idrico estremo. Conseguenze che non finiscono con il cessate il fuoco — e che raramente compaiono nelle analisi di materialità ESG delle aziende che operano nella regione. Il precedente del 1991 — quando la Guerra del Golfo riversò circa 8 milioni di barili nel mare — ci dice quanto possano essere lunghi i tempi di recupero: 700 km di coste contaminate, popolazioni di uccelli acquatici dimezzate, sedimenti tossici ancora presenti trent’anni dopo. La guerra e l’inquinamento marino seguono la stessa logica del greenwashing alla rovescia: i costi vengono esternalizzati, invisibilizzati, attribuiti al “contesto”. Quella storia l’abbiamo già vissuta. La stiamo ripetendo.
Conflitti armati e ambiente: le Foreste Ircane UNESCO, ciò che non si può ricostruire
CC BY 3.0
Frame estratto dal video: Reza Rafizadeh / Wikimedia Commons — licenza Creative Commons Attribution 3.0, dicembre 2020.
C’è qualcosa di particolarmente crudele nel modo in cui la guerra colpisce gli ecosistemi antichi. Un edificio si può ricostruire in anni. Una foresta che ha impiegato 50 milioni di anni per sviluppare la sua biodiversità non ha tempi di recupero misurabili su scala umana. Eppure è esattamente questo che è successo nel novembre 2025, quando un incendio — esacerbato dalla peggiore siccità degli ultimi 60 anni, a sua volta aggravata dalle pressioni della guerra sull’infrastruttura ambientale — ha distrutto circa 600 ettari delle Foreste Ircane nella provincia di Mazandaran.
La guerra in Iran non ha colpito solo il mare. Il Gulf International Forum, cinque mesi dopo la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, ha documentato ciò che i media internazionali avevano ignorato: foreste bruciate nel Lorestan e nel Kermanshah, zone umide danneggiate nel Gilan, pascoli segnati da cicatrici che resteranno ben oltre qualsiasi cessate il fuoco.
E qui emerge una dinamica che dovrebbe far riflettere chiunque lavori con indicatori ESG: l’Iran entrava nel conflitto con quella che gli esperti definiscono una “crisi ambientale preesistente” — water bankruptcy, desertificazione, 18 zone umide completamente prosciugate. La guerra non ha creato queste fragilità, ma le ha amplificate in modo esponenziale, azzerando le poche risorse disponibili per affrontarle.
Gli esperti parlano di “doppio colpo” per descrivere l’impatto ambientale dei conflitti armati su ecosistemi già fragili: ecosistemi già indeboliti da siccità e misgestione vengono colpiti da un conflitto che azzera anni di conservazione e interrompe ogni forma di monitoraggio scientifico. È un effetto moltiplicatore che nessun modello di risk assessment standard contempla — e che pochissimi report ESG includono nelle loro analisi di materialità.
Guerra e ambiente: un pattern storico che si ripete
Sarebbe comodo pensare al conflitto in Iran come a un caso eccezionale. Non lo è. È l’ultimo episodio di un pattern che si ripete con una coerenza inquietante — e che dovrebbe interrogare chiunque costruisca narrative di sostenibilità ignorando il contesto geopolitico
Guerra del Golfo, 1991: il primo caso di ecocidio su larga scala
L’Iraq incendiò oltre 730 pozzi petroliferi kuwaitiani durante la ritirata. Per mesi, una nube di fumo coprì circa 1,3 milioni di miglia quadrate. Le temperature nella regione calarono fino a 10°C. L’inquinamento raggiunse la Turchia, i Balcani, l’Afghanistan. Fu classificato come il primo atto di “terrorismo ecologico” su larga scala della storia moderna. Trent’anni dopo, tracce di quegli idrocarburi sono ancora nel suolo kuwaitiano.
Vietnam, 1961–1971
I danni ambientali della guerra possono durare secoli. Le forze statunitensi spruzzarono quasi 80 milioni di litri di erbicidi, incluso l’Agente Arancio, su circa 2,9 milioni di ettari. La diossina è ancora presente nei suoli, nell’acqua e nelle catene alimentari. Non “era”: è tuttora presente. Mezzo secolo non è bastato a chiudere il conto.
Ucraina, dal 2022
L’impatto ambientale dei conflitti armati in Ucraina è stato documentato con una precisione senza precedenti. La distruzione della diga di Kakhovka nel 2023 ha sommerso oltre 600 km² di ecosistemi. Greenpeace e l’organizzazione ucraina Ecoaction hanno mappato quasi 900 casi di danno ambientale verificati via satellite. E la ricostruzione — quando arriverà — produrrà ulteriori emissioni, come sempre accade dopo ogni conflitto.
Il filo che lega questi casi è sempre lo stesso: nel rapporto tra guerra e ambiente, il tempo dei danni è sempre più lungo di quello dei conflitti.
Ecocidio: il nome che il diritto ancora non riesce a pronunciare
C’è qualcosa di sintomatico nel fatto che esista già una parola precisa per descrivere la distruzione sistematica degli ecosistemi come conseguenza della guerra — e che quella parola non abbia ancora trovato posto nel diritto internazionale vincolante.
Ecocidio: la distruzione massiva e diffusa di ecosistemi che ne compromette irreversibilmente la capacità di sostenere la vita, causata da attività umane incluse quelle militari. Una definizione che si applica ai pozzi petroliferi bruciati in Kuwait, ai suoli vietnamiti ancora contaminati dalla diossina mezzo secolo dopo, alle zone umide iraniane prosciugate prima ancora che le bombe cadessero. I casi ci sono. La documentazione anche. Eppure il crimine, formalmente, non esiste.
Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale — il testo che definisce i crimini perseguibili a livello internazionale — non include l’ecocidio tra le fattispecie punibili. La pressione per includerlo è crescente, sostenuta da giuristi, organizzazioni ambientali e governi di piccoli stati insulari che già vivono sulla propria pelle cosa significhi un ecosistema compromesso in modo irreversibile. Ma crescente non significa ancora sufficiente.
Qualcosa esiste, in realtà. Le Convenzioni di Ginevra vietano i danni ambientali gravi e duraturi dal 1977. I 28 Principi ONU sulla protezione dell’ambiente in relazione ai conflitti armati sono stati adottati nel 2022. Un’architettura normativa c’è — ma tra il principio enunciato e la norma applicata resta un abisso che ogni nuovo conflitto allarga invece di ridurre.
La domanda che questo abisso pone è scomoda: se il danno è documentato, se gli strumenti concettuali esistono, se persino il termine ha una definizione condivisa — cosa manca esattamente perché qualcuno possa essere ritenuto responsabile? La risposta dice probabilmente più sulla geopolitica del diritto internazionale che sulla complessità tecnica del problema. E ogni report ESG che non nomina questa assenza, implicitamente, contribuisce a mantenerla invisibile.
Quando l’impatto ambientale della guerra incontra i diritti umani
C’è un punto in cui i diritti umani e la sostenibilità smettono di essere categorie parallele e diventano la stessa cosa. Il 28 luglio 2022, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione storica: il diritto all’ambiente sano è ora riconosciuto come diritto umano universale. 161 voti favorevoli, zero contrari. È il fondamento giuridico su cui si costruisce la giustizia climatica — l’idea, tutt’altro che scontata, che chi subisce i danni ambientali abbia il diritto di chiedere conto a chi li produce.
Non è un trattato vincolante — e questa distinzione conta. Il diritto all’ambiente sano riconosciuto dall’ONU non obbliga automaticamente gli stati ad agire: li espone, però, a una pressione normativa e reputazionale crescente. E cambia la prospettiva di chi lo rivendica, trasformandola da “supplica” a “diritto esigibile”. Nel luglio 2025, la Corte Internazionale di Giustizia ha fatto un passo ulteriore, stabilendo che gli obblighi climatici degli stati sono erga omnes — dovuti all’intera comunità internazionale. Anche il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi non cambia questa responsabilità. È un principio che vale la pena far risuonare nella mente di chi costruisce report ESG: nessuno può chiamarsi fuori.
Poi c’è la parte della storia che i media coprono meno: i difensori ambientali. Nel 2024, Global Witness ha documentato 146 persone uccise o scomparse nel mondo per aver difeso la propria terra o il proprio ambiente. Tre ogni settimana, in media. Il settore più letale? Il mining. Poi il disboscamento e l’agribusiness. Un terzo dei casi collegato al crimine organizzato.
Eppure c’è un’altra lettura possibile — e forse più utile — di questi dati. Le aziende che hanno già costruito una cultura della rendicontazione ESG, che hanno imparato a comunicare con rigore e trasparenza, sono anche quelle che dispongono degli strumenti per reagire quando il contesto cambia. Chi ha già integrato la materialità ambientale nei propri processi decisionali non si trova a improvvisare di fronte a una crisi geopolitica: ha già le domande, e sa dove cercare le risposte.
La comunicazione della sostenibilità ha un potere che va ben oltre il report annuale. Includere nelle proprie narrative il tema guerra e ambiente non è solo un atto di coerenza: è un modo per educare gli stakeholder a leggere la realtà nella sua complessità. Spiegare perché le zone umide iraniane o i reef del Golfo Persico riguardano anche chi lavora in un’azienda di logistica a Milano o in un fondo di investimento in Lussemburgo: questo è esattamente il tipo di connessione narrativa che trasforma un obbligo normativo in una cultura condivisa.
Il punto non è che le aziende siano necessariamente parte del problema. È che possono scegliere consapevolmente di essere parte della soluzione — a condizione di avere il coraggio di guardare oltre il confine del proprio perimetro operativo, e la capacità di raccontarlo senza semplificazioni.
Guerra, ambiente ed ESG: rischio geopolitico e comunicazione della sostenibilità
Arrivo al punto che interessa chi legge questo blog. Cosa c’entra tutto questo con il lavoro quotidiano di un ESG manager, di un responsabile della comunicazione, di chi costruisce narrative di sostenibilità per un’azienda?
La rendicontazione ESG e la più ampia sostenibilità aziendale — nate per misurare l’impatto ambientale delle attività produttive è oggi chiamata a fare qualcosa di più difficile: leggere un mondo in cui i conflitti armati ridisegnano le condizioni di operatività di qualsiasi azienda con una supply chain globale. Ignorarlo non è neutralità: è una scelta narrativa con conseguenze sulla propria credibilità.
Il conflitto in Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa il 20–25% dell’offerta petrolifera mondiale. Pakistan e Bangladesh dipendono dallo Stretto per i due terzi delle loro importazioni di gas. Quando l’energia diventa inaccessibile, i paesi cercano alternative. E CEOBS ha già documentato come questa pressione stia spingendo alcuni governi verso il carbone — con lock-in decennali che compromettono gli obiettivi climatici globali. Il nodo supply chain e guerra è già realtà operativa per migliaia di aziende: non è un rischio futuro da modellare, è un costo presente da rendicontare. Ogni azienda con una filiera che tocca quell’area sta già subendo le conseguenze.
Chi si occupa di comunicazione ESG ha una responsabilità precisa in questo contesto: quella di non separare artificialmente la sostenibilità dai fenomeni geopolitici che la ridisegnano ogni giorno. Un report ESG che ignora come i conflitti armati stiano riscrivendo le condizioni ambientali e sociali in cui opera un’azienda non è semplicemente incompleto — è una narrazione che rischia di diventare essa stessa una forma di greenwashing per omissione.
E se c’è una cosa che abbiamo imparato — a forza di smontare etichette e certificazioni — è che tradurre la complessità in modo onesto è l’unica comunicazione che resiste nel tempo. Le altre — quelle che semplificano, che ignorano, che separano ciò che è connesso — cedono alla pressione della prima domanda scomoda
Stai cercando di raccontare temi complessi in modo chiaro e credibile?
La comunicazione della sostenibilità richiede rigore scientifico, sensibilità narrativa e una visione d’insieme che vada oltre i report standard. Se vuoi costruire contenuti ESG che resistano alle domande difficili,
