Agricoltura rigenerativa: la nuova sfida per il food italiano
Ogni anno il 22 aprile si moltiplicano i comunicati stampa in onore della Giornata Mondiale della Terra. Ma cosa stiamo facendo per tutelarla davvero?
La Giornata della Terra nasce nel 1970 negli Stati Uniti, sull’onda dell’indignazione collettiva per il disastro ambientale di Santa Barbara del 1969 — uno sversamento di petrolio che contaminò oltre 1.600 chilometri di costa californiana. Da allora, ogni 22 aprile, oltre un miliardo di persone in 193 paesi si fermano a ricordare che il pianeta non è uno sfondo. È la base di tutto.
Eppure, cinquantasei anni dopo, la domanda resta aperta. E se vogliamo risponderla a partire da qualcosa di concreto — qualcosa che tocca le nostre tavole ogni giorno — dobbiamo parlare di cibo. Di come viene prodotto. Di cosa sta succedendo al suolo su cui cresce. E di un approccio che sta emergendo con forza nel settore agroalimentare: l’agricoltura rigenerativa.
Non è l’ennesima etichetta verde. O almeno, non dovrebbe esserlo. Scopriamo insieme di cosa si tratta e quali possono essere le sfide ancora aperte.
Cos’è l’agricoltura rigenerativa — e perché non è sinonimo di biologico
Prima di rispondere, è utile smontare un’assunzione diffusa: che “rigenerativo” e “biologico” siano la stessa cosa con un nome diverso. Non lo sono. E la differenza non è tecnica — è filosofica.
Il suolo non è terra: è una città sotterranea
Quando guardiamo un campo arato, vediamo terra. Ma sotto quella superficie c’è qualcosa di straordinariamente complesso: un ecosistema popolato da batteri, funghi, invertebrati, radici vive, materia organica in decomposizione. Il suolo funziona come una città sotterranea — funziona quando è abitata, connessa, viva. Togliere i suoi abitanti significa svuotare la metropoli: le strade ci sono ancora, ma non succede più niente.
L’agricoltura intensiva, nel corso di decenni, ha fatto esattamente questo. Secondo l’UNCCD, il 52% di tutti i suoli dedicati alla produzione agricola è oggi degradato dall’impiego massiccio di pesticidi e fertilizzanti chimici. E i sistemi alimentari globali nel loro insieme sono responsabili dell’80% della deforestazione mondiale, del 70% dell’utilizzo di acqua dolce, e costituiscono la causa principale della perdita di biodiversità.
Un suolo degradato non produce solo meno cibo. Lo produce con meno nutrienti, con maggiore vulnerabilità ai contaminanti — micotossine, metalli pesanti, residui di fitofarmaci — e con una dipendenza crescente dagli input chimici che ne accelerano ulteriormente il declino. È un debito che paghiamo a rate, e che stiamo trasferendo alle generazioni future.
Biologico vs rigenerativo: fermare il danno non è lo stesso che invertirlo
Il biologico — regolamentato a livello europeo dal Reg. UE 2018/848 — ha costruito negli anni un sistema di garanzie solido e verificabile. Stabilisce cosa non si può fare: niente pesticidi di sintesi, niente fertilizzanti chimici, niente OGM. È un approccio sottrattivo, corretto e necessario.
Ma fermare il danno non è lo stesso che invertire il processo. Il biologico è come smettere di inquinare una stanza: necessario, corretto, ma non basta se i danni sono già stati fatti. Il rigenerativo è aprire le finestre, ripulire l’aria, far tornare la luce — e misurare che sia davvero successo.
È qui che l’agricoltura rigenerativa introduce una dimensione che il biologico non contempla: il miglioramento attivo e misurabile degli ecosistemi agricoli. Il termine nasce negli anni ’80 grazie al Rodale Institute per descrivere un tipo di agricoltura che non solo preserva le risorse naturali, ma le migliora nel tempo. Non basta evitare i danni — bisogna restituire più di quanto si prende.
Come funziona in pratica
Le pratiche rigenerative non sono un protocollo rigido. Sono un insieme di principi adattabili al contesto, al suolo, al clima. Le più diffuse includono:
- No-till e minima lavorazione del suolo — riduce l’erosione, preserva le comunità microbiche, limita il rilascio di CO₂
- Cover crops — colture di copertura che proteggono il suolo nei periodi di riposo, aumentano la sostanza organica, trattengono l’acqua
- Rotazioni colturali — varietà diverse si susseguono sullo stesso terreno, riducendo la pressione patogena e migliorando la fertilità
- Agroforestry — integrazione di alberi e arbusti nelle aree coltivate per aumentare biodiversità e sequestro di carbonio
- Pascolamento razionale — gli animali contribuiscono alla fertilità del suolo se gestiti con rotazioni mirate
Ciò che distingue il rigenerativo dal biologico, sul piano della certificazione, è la misurabilità degli outcome. Lo Standard RGN (Regenerative Agriculture Standard), gestito in Italia da Bioagricert in collaborazione con FoodChain ID, verifica che le pratiche adottate portino a un miglioramento reale di indicatori specifici: sostanza organica nel suolo, capacità di ritenzione idrica, biodiversità microbica. Un’azienda può essere certificata biologica senza essere rigenerativa. Ma non può essere rigenerativa senza dimostrare numeri reali nel tempo.
Quali vantaggi porta — e quali limiti dobbiamo onestamente riconoscere
L’agricoltura rigenerativa è spesso presentata come una soluzione. Attenzione: le soluzioni semplici a problemi complessi dovrebbero sempre accendere un campanello d’allarme. Cosa dice davvero la scienza?
I benefici misurabili
Le evidenze scientifiche sulle singole pratiche rigenerative sono solide. Una review sistematica pubblicata su ScienceDirect nel 2025, condotta con metodo PRISMA su 24 studi selezionati, mostra che l’agricoltura organica rigenerativa ha prodotto effetti positivi sui servizi ecosistemici del suolo nel 64% delle osservazioni analizzate.
Tra i benefici più documentati:
- Sequestro di carbonio nel suolo — i terreni gestiti con pratiche rigenerative funzionano come serbatoi naturali di CO₂, contribuendo attivamente alla mitigazione climatica (Patil et al., 2025, Scientific Reports)
- Aumento della biodiversità — nel più grande studio al mondo sulla biodiversità degli oliveti, condotto in Spagna nell’ambito del progetto Olivares Vivos, tre anni di pratiche rigenerative hanno portato a un aumento del 47% della popolazione di api, del 10% dell’avifauna e del 172% degli arbusti legnosi rispetto ai terreni di controllo
- Resilienza climatica delle colture — suoli più ricchi di sostanza organica trattengono meglio l’acqua, riducono il rischio di erosione e rendono le piante più resistenti agli stress termici
- Riduzione della dipendenza da input chimici — con ricadute positive sulla sicurezza alimentare e sulla salute dei suoli nel lungo termine
Il nodo critico: chi verifica davvero?
Ma — ed è un “ma” importante — la letteratura scientifica mette in guardia da un’eccessiva semplificazione. Khangura et al. (2023, Sustainability MDPI) evidenziano che quasi nessuno studio è stato condotto sull’agricoltura rigenerativa come sistema integrato: le evidenze riguardano le singole pratiche, non il modello nella sua complessità. E Berthon et al. (2025, Philosophical Transactions of the Royal Society B) ricordano che questa ricerca richiede anni, e comporta rischi reali per gli agricoltori che adottano nuove combinazioni di pratiche.
Il rischio che dobbiamo nominare esplicitamente è che il termine “rigenerativo” percorra la stessa traiettoria di “naturale” e “sostenibile”: da concetto tecnico preciso a etichetta estetica svuotata di significato. È già successo. Può succedere di nuovo. E la difesa migliore non è lo scetticismo sistemico — è la domanda giusta: chi certifica, con quale standard, e con quali dati?
Caso studio: Barilla e Mulino Bianco
I principi sono importanti. Ma i principi senza esempi concreti restano nel dominio delle intenzioni. E l’Italia, in questo, ha qualcosa da raccontare.
Dal 2019, Barilla ha sviluppato la Carta del Mulino — un disciplinare costruito in collaborazione con WWF Italia, Università di Bologna, Università della Tuscia, CNR-IBE e OpenFields. Non è una dichiarazione di intenti: è un protocollo operativo con 10 regole che guidano gli agricoltori fornitori verso un modello rigenerativo fondato su rotazioni colturali, copertura vegetale nei periodi di riposo, aree fiorite per gli impollinatori, riduzione di fitofarmaci e monitoraggio digitale degli impatti.
Il risultato tangibile — e certificato da ente terzo — è arrivato nell’ottobre 2025: il biscotto Buongrano di Mulino Bianco è diventato il primo prodotto in Italia a ricevere la certificazione RGN, realizzato con farina di grano tenero 100% rigenerativa. Un segnale piccolo nei numeri, enorme nel significato.
L’obiettivo dichiarato al 2030 è ancora più ambizioso: 250.000 tonnellate annue di materie prime da produzioni rigenerative certificate, coinvolgendo oltre 7.000 agricoltori su quattro filiere strategiche.
Ma la domanda che vale la pena farsi non è se Barilla stia facendo comunicazione o cambiamento strutturale. La risposta è: entrambe le cose. E non è necessariamente un problema — anzi, è esattamente come dovrebbe funzionare. Comunicare un percorso rigenerativo non è solo marketing: è la condizione necessaria perché il percorso stesso possa continuare. Gli investitori seguono le narrative prima dei numeri. I consumatori educati scelgono diversamente. Un agricoltore che vede il proprio grano diventare un prodotto certificato e raccontato ha una ragione concreta per non tornare all’agricoltura intensiva. La comunicazione, in questo senso, non accompagna il cambiamento strutturale — lo alimenta.
Non è l’unico esempio. In Campania, la Cooperativa Agricola Nuova Cilento pratica l’agricoltura rigenerativa da oltre dieci anni, applicando quattro principi operativi: nessuna aratura, potatura a vaso policonico per l’equilibrio tra ombra e luce, sistemazioni idrauliche keyline per favorire l’infiltrazione dell’acqua, valorizzazione delle cultivar autoctone per contenere naturalmente gli insetti dannosi. Produce tre linee di olio extravergine — biologico, extravergine e DOP. Non è comunicazione. È agronomia.
Stai costruendo un percorso simile nella tua azienda? Trasformare questo impegno in una narrativa credibile per i tuoi stakeholder è un lavoro che richiede competenza scientifica e precisione narrativa. Sono entrambe indispensabili.
CSRD e comunicazione ESG: perché l’agricoltura rigenerativa entra nei report
C’è un motivo in più per cui il food italiano non può più permettersi di ignorare questo tema — e ha a che fare con la normativa europea, non con le tendenze di mercato.
La CSRD non è solo burocrazia
La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) è entrata in vigore il 5 gennaio 2023. Per le grandi imprese già soggette alla precedente normativa, i primi report riguardano i dati dell’anno fiscale 2024. Non è una scelta volontaria: è un obbligo, con sanzioni amministrative, rischio di denuncia pubblica e esposizione ad azioni da parte degli azionisti in caso di non conformità.
Il suo obiettivo dichiarato è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nel settore food: combattere il greenwashing con standard obbligatori e verificabili, rendere comparabili i report ESG tra aziende e settori, e fornire agli investitori e ai consumatori dati affidabili su cui basare le proprie scelte.
Gli standard ESRS che toccano direttamente il food rigenerativo
La CSRD si applica attraverso gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), 12 standard strutturati per coprire tutti gli aspetti ambientali, sociali e di governance. Per un’azienda food che sta percorrendo — o che valuta di percorrere — una transizione verso l’agricoltura rigenerativa, quattro standard sono particolarmente rilevanti:
- ESRS E1 — Cambiamenti Climatici: richiede la rendicontazione delle emissioni GHG Scope 1, 2 e 3. Le pratiche rigenerative incidono direttamente sullo Scope 3 — le emissioni della catena del valore agricola a monte, che per molte aziende food rappresentano la quota maggioritaria dell’impronta carbonica totale.
- ESRS E2 — Inquinamento: suolo, acqua, sostanze pericolose. La transizione da agricoltura intensiva a rigenerativa riduce direttamente l’impatto su questi indicatori.
- ESRS E4 — Biodiversità ed Ecosistemi: habitat terrestri, flora, fauna, limiti ambientali. È il cuore scientifico dell’approccio rigenerativo.
- ESRS S2 — Lavoratori nella catena del valore: gli agricoltori fornitori rientrano nella rendicontazione. Chi sta costruendo una filiera rigenerativa sta anche, di fatto, costruendo una relazione diversa con i propri produttori.
C’è poi il concetto di Doppia Materialità — il punto di partenza obbligatorio per qualsiasi report CSRD. Richiede di valutare sia come l’azienda impatta il mondo esterno (materialità d’impatto, inside-out), sia come i fattori ESG esterni impattano l’azienda (materialità finanziaria, outside-in). Per un’azienda food, l’impatto della filiera sul suolo è entrambe le cose: un effetto sull’ambiente e un rischio finanziario reale — volatilità delle rese, instabilità dei costi, vulnerabilità agli eventi climatici estremi.
Il paradosso della comunicazione ESG nel food
I dati del mercato confermano che l’interesse c’è. Secondo la ricerca Nomisma per l’Osservatorio SANA 2025, l’82% dei consumatori italiani associa il marchio bio a produzione sostenibile. Ma la stessa ricerca evidenzia diffusa incertezza e scarsa consapevolezza sui nuovi green claims emergenti, inclusa l’agricoltura rigenerativa.
Il paradosso è questo: chi ha fatto il lavoro più serio — chi ha dati reali, certificazioni verificabili, pratiche misurate — spesso fatica a comunicarlo in modo che raggiunga davvero il suo pubblico. E chi ha investito poco nella sostanza, ma molto nell’estetica della sostenibilità, continua a occupare spazio nel mercato e nella mente dei consumatori.
Vale davvero la pena costruire una filiera rigenerativa certificata, e poi raccontarla un linguaggio poco comprensibile al consumatore? La risposta è ovvia. Eppure accade, ogni giorno. Per questo la comunicazione scientifica applicata alla sostenibilità non è un servizio accessorio — è parte integrante della strategia ESG stessa.
Raccontare bene non è un optional. È parte della strategia.
Hai costruito un percorso di sostenibilità reale nella tua filiera. Hai dati, pratiche certificate, impegni verificabili. Li stai comunicando in modo all’altezza di quello che hai fatto davvero?
Lo Storytelling & Comunicazione ESG è il servizio che trasforma il rigore del tuo impegno in una narrativa autentica, precisa e posizionante — per i tuoi stakeholder, per il tuo report CSRD, per il mercato.
Perché le parole giuste non semplificano la complessità. La rendono comprensibile. E la complessità, quando è ben raccontata, diventa il tuo vantaggio competitivo più potente.
Fonti
- UNCCD — United Nations Convention to Combat Desertification: dati sul degrado dei suoli agricoli
- FAO — Food and Agriculture Organization: sistemi alimentari e impatto ambientale globale
- Regolamento UE 2018/848 — Produzione biologica ed etichettatura dei prodotti biologici
- Bioagricert — Standard RGN, certificazione dell’agricoltura rigenerativa in Italia
- Rodale Institute — origine e ricerca sull’agricoltura rigenerativa
- Khangura et al. (2023) — Regenerative Agriculture: A Literature Review on Practices and Mechanisms. Sustainability, MDPI
- Patil et al. (2025) — Differential impacts of regenerative agriculture practices on soil organic carbon. Scientific Reports, Nature
- Berthon et al. (2025) — Measuring socio-economic and environmental outcomes of regenerative agriculture. Philosophical Transactions of the Royal Society B
- ScienceDirect (2025) — Regenerative Organic Agriculture and Soil Ecosystem Service Delivery: review sistematica PRISMA
- Barilla Group — Report di Sostenibilità 2024: Carta del Mulino e filiera rigenerativa
- FederBio / Nomisma — Osservatorio SANA 2025: dati mercato biologico Italia
- EFRAG — European Financial Reporting Advisory Group: standard ESRS e CSRD
